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Nuove regole per le missioni internazionali

Con 321 voti a favore e nessun contrario, alla Camera abbiamo approvato la legge quadro sulle missioni internazionali, un provvedimento atteso da tempo che ora passa al Senato.

Di cosa tratta? Le nuove norme regolano le missioni internazionali svolte dal personale appartenente alle Forze armate e alle Forze di polizia e da operatori civili che operano congiuntamente negli stessi teatri di intervento. La gamma di questioni su cui la legge interviene è vasta: dalle indennità di missione, al trattamento assicurativo, previdenziale e assistenziale, dalle norme su prigionieri e dispersi a quelle su orari di lavoro e valutazione del servizio prestato, dal personale civile alla figura del consigliere per la cooperazione civile. Inoltre stabilisce che al personale che partecipa alle missioni internazionali e al personale inviato in supporto si applica il codice penale di pace e che la competenza è del tribunale militare di Roma.

Perché era necessaria? Nel nostro ordinamento giuridico non esisteva una normativa di questo tipo con la conseguenza che ogni aspetto delle missioni, compresi ovviamente il trattamento economico e normativo del personale impegnato, è stato di volta in volta regolato nell’ambito dei provvedimenti legislativi d’urgenza che finanziano le missioni stesse.

Per quanto riguarda la procedura autorizzativa, la legge stabilisce che il Consiglio dei Ministri, previa informazione al Presidente della Repubblica, delibera circa la partecipazione italiana a missioni internazionali, ma sono poi le Camere ad approvare o negare l’autorizzazione delle missioni stesse con atti di indirizzo. Nelle sue comunicazioni alle Camere, il Governo deve indicare, per ciascuna missione, l’area geografica di intervento, gli obiettivi, la base giuridica di riferimento, la composizione degli assetti da inviare, compreso il numero massimo delle unità di personale coinvolte, nonché la durata programmata e l’ammontare delle risorse finanziarie stanziate. Viene istituito un apposito Fondo missioni la cui dotazione sarà stabilita annualmente dalla legge di Stabilità.

 Poste: no ai tagli

Lo avrete letto o vi sarà capitato di verificarlo sul campo, ma Poste italiane spa ha intrapreso un processo di internalizzazione del servizio recapiti, che ha portato alla riduzione del numero delle agenzie di recapito esterne e delle città coperte dal servizio. Ciò ha comportato la chiusura di numerosi uffici con conseguenti disagi per gli utenti e la perdita di posti di lavoro. Tuttavia, temporaneamente Poste italiane, su sollecitazione del Governo e del Parlamento, ha rinviato l’attuazione completa del piano che comporterebbe la chiusura di 445 punti di recapito.

Per questo in settimana abbiamo approvato una mozione che impegna il Governo a garantire, anche in vista del processo di privatizzazione in atto, la sostenibilità economica del servizio universale postale e a valorizzare tutti gli asset di Poste italiane spa, servizi di logistica e corrispondenza, prodotti finanziari e prodotti assicurativi, salvaguardando la presenza capillare della società su tutto il territorio nazionale; a valutare con particolare attenzione l’impatto sociale del piano di razionalizzazione degli uffici per gli anni 2015-2019, sollecitando Poste italiane a porre particolare attenzione alla necessità di garantire il servizio nelle situazioni più critiche, come le aree pedemontane caratterizzate dalla presenza di località o frazioni collinari o montane isolate ricomprese in comuni di pianura, e alle comunità di cittadini in prevalenza anziani a ridotta mobilità.

Abbiamo impegnato il Governo anche a chiedere a Poste italiane di precisare l’impatto occupazionale del piano di razionalizzazione e, piuttosto che tagliare, di rilanciare lo spirito costruttivo di un nuovo modello di sviluppo nel settore della logistica di recapito.

 

 

L’educazione parte dal cibo

Un altro tema che questa settimana abbiamo affrontato con un atto di indirizzo, riguarda l’educazione alimentare che è principalmente educazione alla salute. Solo per darvi un’idea della situazione, ricordo che una recentissima ricerca dell’Università di Milano Bicocca sull’obesità infantile rivela che l’Italia è uno dei Paesi europei in cui si ha il maggiore aumento di questa patologia con circa 3 punti percentuali al di sopra della media Europea. Inoltre, tra gli 8 e i 9 anni, il 25% dei bambini è obeso e il 50% è in soprappeso. Tra le bambine le percentuali scendono rispettivamente al 16% e al 41%. Altri numeri da altre ricerche: solo il 44,7% dei genitori conosce le regole della sana alimentazione; il 37% delle madri di figli in sovrappeso non ritiene eccessiva la quantità di cibo somministrato; il 22% dei bambini non mangia tutti i giorni frutta e verdura; 1 bamb ino su 10 salta la prima colazione.

Capite, quindi, l’urgenza di intervenire, facendo il paio con un altro intervento del Governo che, attraverso il Piano nazionale di prevenzione dello spreco alimentare (Pinpas), ha recepito le sollecitazioni dell’Unione europea in materia di riduzione degli sprechi e ha avviato un percorso di consultazione con i protagonisti della filiera agroalimentare italiana.

La nostra mozione impegna perciò il Governo ad affrontare le attività di educazione alimentare nella scuola mediante un approccio sistemico capace di attivare ampie sinergie che coinvolgano tutti i soggetti della vita sociale, le istituzioni socio sanitarie, gli enti locali, l’industria alimentare, il mondo agricolo, della distribuzione, della vendita e della comunicazione e, soprattutto, le famiglie, univocamente finalizzate alla promozione del benessere, come indispensabile elemento di crescita comune incentivando la consapevolezza dell’importanza del rapporto cibo-salute.

Inoltre, si vuole promuovere una cultura del benessere che favorisca la prevenzione e si riappropri del piacere della tavola. Importantissimo anche l’impegno a promuovere, nell’ambito delle attività di educazione alimentare, la conoscenza del sistema agroalimentare attraverso la comprensione delle relazioni esistenti tra sistemi produttivi e distributivi, in rapporto alle risorse alimentari, all’ambiente e alla società.

Scuola, la storia si ripete

 

Prima della pausa del fine settimana, alla Camera abbiamo cominciato ad affrontare la riforma della scuola. Voglio soffermarmi su alcune considerazioni, mentre nel merito del provvedimento interverrò dopo la sua votazione.

A fine anni Novanta l’allora Ministro Bindi diede avvio alla riforma della sanità sollevando grandi proteste e scioperi da parte degli operatori. Il centrodestra dichiarò più volte che appena fosse arrivato al Governo avrebbe modificato quella legge, ma si è guardato bene dal farlo. La riforma venne approvata e venne imputata al Ministro la responsabilità della sconfitta elettorale e della perdita di consenso. Oggi la sanità italiana è la terza al mondo (ricordiamocelo sempre quando ci lamentiamo tanto del servizio sanitario nazionale).

Nello stesso periodo un altro Ministro, Berlinguer, stava cercando di riformare la scuola, anche qui tra le imponenti proteste degli insegnati. Anche a lui fu imputata la perdita di consenso e a entrambi i Ministri, Bindi e Berlinguer, non fu rinnovata la fiducia del Governo. Nel caso della scuola la riforma non fu fatta, ma subito dopo arrivarono quelle delle Ministre Moratti e Gelmini che tagliarono i posti di lavoro, portando a un aumento del precariato, il Mof (il Fondo per il miglioramento dell’offerta formativa), il tempo pieno e produssero le classi pollaio.

 

La storia si ripete…

 

Vi invito a leggere il testo attualmente in aula per verificare affettivamente cosa c’è scritto. Se vuoi leggere clicca.

 

 

Di chi la colpa di 70 milioni di multa?

Ho presentato un’interrogazione sulla sentenza della Corte europea che ha respinto il ricorso della Repubblica Italiana per l’annullamento della decisione di esecuzione della Commissione che ha condannato l’Italia a una multa di oltre 70 milioni di euro, a causa di irregolarità nei controlli afferenti al regime delle quote latte, riscontrate nelle regioni italiane Abruzzo, Lazio, Marche, Puglia, Sardegna, Calabria, Friuli Venezia Giulia e Valle d’Aosta, durante le campagne 2004/2005, 2005/2006 e 2006/2007,

Nel dispositivo della Sentenza emerge che la Commissione ha esposto in maniera chiara e inequivocabile le ragioni per le quali essa aveva rinvenuto la reiterazione delle irregolarità. Inoltre la Commissione ha ricordato che, a seguito di un’indagine condotta in Italia nel 2004, aveva già constatato irregolarità. Per farla breve, la segnalazione dei mancati o insufficienti controlli per quantitativo di latte e per numero di aziende e dimensione di produzione di queste aziende potrebbe fare supporre la mancata verifica anche della reale corrispondenza tra quota assegnata, quota realmente prodotta e effettiva presenza e consistenza dei capi bovini necessari per produrre quei quantitativi.

Nell’interrogazione chiedo di sapere quale organo era deputato al controllo delle produzioni di latte in quelle regioni e quali motivazioni hanno indotto a eseguire i controlli in ritardo e non in modo conforme alle disposizioni; quali provvedimenti sono stati presi nei confronti di questi organi; chi provvederà a pagare i circa 70 milioni di euro; se è stata verificata la reale consistenza di capi bovini da latte.

   

Meno vincoli nel calcio

 

Ho sottoscritto un’interrogazione al Sottosegretario alla Presidenza con delega allo Sport che tratta la questione del vincolo sportivo. In sostanza, risulta che, allo stato attuale, in Italia, il diritto dell’atleta dilettante a svolgere in piena libertà l’attività agonistica sportiva sarebbe gravemente compromesso dal vincolo sportivo in essere, perché questo, tramite la sottoscrizione del cosiddetto “cartellino”, lo legherebbe indissolubilmente, o quasi, alla società sportiva di appartenenza. E ciò è vero soprattutto per i giovani calciatori. Di fatto, questi ragazzi affidano la titolarità delle proprie prestazioni sportive alle società, vedendo così compromessa in prospettiva la propria libertà agonistica e trovandosi legati alla dirigenza societaria che risulta così avere un potere decisorio sulla durata del cartellino.

L’interrogazione chiede se non si ritenga utile e necessario rivedere le norme relative al vincolo sportivo nel calcio dilettantistico e pensare a un progressivo abbandono e superamento dello stesso per calciatori e calciatrici dilettanti, affinché sia resa definitivamente libera l’attività sportiva degli atleti, come già succede nella stragrande maggioranza degli Stati europei, e al tempo stesso si tuteli per un determinato periodo di tempo l’investimento sostenuto dalle società per la formazione dei futuri professionisti come dei giocatori amatoriali.

Pescatori “sostenibili”

 

Ho aderito a una risoluzione sulla questione del fermo biologico. Per preservare la popolazione ittica, nel Mediterraneo la regolamentazione della pesca è principalmente basata sulla limitazione dello sforzo attraverso misure di fermo temporaneo che è, appunto una della misure obbligatorie utili a preservare gli stock ittici e a contribuire al ripopolamento della flora e della fauna acquatiche gravemente compromesse, nel corso degli anni, da catture eccessive e da sistemi di pesca inadeguati.

In queste fasi, per le navi da pesca la normativa europea reca disposizioni specifiche in materia di aiuti pubblici da erogare ai pescatori, tramite cassa integrazione in deroga, e per gli armatori prevede risorse comunitarie a parziale indennizzo del mancato reddito derivante dall’interruzione della loro attività.

Sul tema è intervenuto anche il Ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina, affermando che è disponibile 1 miliardo di fondi da utilizzare per contrastare la crisi e dare un futuro concreto all’intera filiera ittica. Ecco perché la risoluzione, tra i vari impegni, chiede che sia sostenuta la competitività delle piccole e medie imprese del settore della pesca e dell’acquacoltura, preservando l’ambiente e favorendo l’uso razionale delle risorse, e venga promossa un’occupazione sostenibile nel comparto anche dal punto di vista della creazione di nuove e integrative opportunità di reddito, a supporto dello sviluppo e della multifunzionalità delle imprese di settore, in senso integrato con la sostenibilità ambientale.

 Parliamo di immigrazione

Vi anticipo un incontro che si terrà tra una decina di giorni. Lunedì 25 maggio, alle ore 21.00, nel Circolo Pd “Piero Calamandrei” di Cesano Boscone (Sala della trasparenza, via Libertà 9), parteciperò al dibattito pubblico “Popoli in movimento – Dinamiche, problemi e sussidiarietà delle politiche di immigrazione”. Assieme a me ci saranno Antonio Panzeri, parlamentare europeo, Luca Bettinelli dell’Area stranieri della Caritas Ambrosiana, Simone Negri, sindaco di Cesano Boscone. Coordinerà la serata Andreas Massacra del Coordinamento cittadino del Pd. Operatori del settore porteranno la loro esperienza diretta.

 

 Paolo Cova

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Il Terzo settore ha la sua riforma

Alla Camera abbiamo approvato il disegno di legge delega per la riforma del Terzo settore, con 297 favorevoli, 121 contrari e 50 astenuti. Il testo ora passa all’esame del Senato. Per Terzo settore si intende il complesso degli enti privati con finalità civiche e solidaristiche che, senza scopo di lucro, promuovono e realizzano attività d’interesse generale attuando il principio di sussidiarietà. E quello che questo testo si propone è il sostegno della libera iniziativa dei cittadini che si associano per perseguire il bene comune, ma anche favorire la partecipazione attiva delle persone, singolarmente o in forma associata e valorizzare il potenziale di crescita dell’economia sociale. Infine, armonizzare gli incentivi e uniformare la disciplina in una materia caratterizzata fin qui da un quadro normativo non omogeneo.

Il disegno di legge istituisce il Codice del Terzo settore per la raccolta e il coordinamento delle norme al fine di individuare le attività solidaristiche, definire le modalità organizzative e amministrative degli enti, prevedere il divieto di distribuzione degli utili, disciplinare gli obblighi di controllo interno, rendicontazione e trasparenza e mettere a punto un registro unico del Terzo settore. Il disegno di legge contiene, inoltre, la definizione dell’impresa sociale come impresa privata con finalità di interesse generale con l’obiettivo primario di realizzare impatti sociali positivi, istituisce il servizio civile nazionale e pone le basi per misure di sostegno economico in favore di questi enti.

 

Anche in Italia la tortura è reato

Un altro provvedimento importante è passato alla nostra approvazione (244 voti favorevoli, 14 contrari), ovvero l’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento italiano, dove non esisteva ed è atteso da 27 anni. Anche in questo caso, ora il testo torna al Senato per il voto finale. Il nuovo reato, introdotto nel codice penale, punisce con la reclusione da 4 a 10 anni chiunque, con violenza o minaccia o violando i propri obblighi di protezione, cura o assistenza, intenzionalmente cagiona a una persona a lui affidata o sottoposta alla sua autorità sofferenze fisiche o psichiche al fine di ottenere dichiarazioni o informazioni o infliggere una punizione o vincere una resistenza o ancora in ragione dell’appartenenza etnica, dell’orientamento sessuale o delle opinioni politiche o religiose. La sofferenza inflitta si deve ritenere superiore rispetto a quella che deriva dalla semplice detenzione o altre legittime misure limitative dei diritti. Specifiche aggravanti, peraltro, scattano in caso di lesioni o morte. E se a torturare è un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio, con abuso dei poteri o in violazione dei suoi doveri, la pena è aggravata da 5 a 12 anni. Inoltre, i termini di prescrizione raddoppiano per cui il reato di tortura, se prima non interviene il processo, si estinguerà in 20 anni.

La legge fa divieto assoluto di espulsione o respingimento verso Paesi che praticano la tortura o dove la violazione dei diritti umani sia grave e sistematica. Qualsiasi dichiarazione o informazione estorta sotto tortura non è utilizzabile in un processo. Infine, i cittadini stranieri indagati o condannati per tortura non possono godere di alcuna immunità diplomatica.

 

La nostra (ri)soluzione per il latte

La scorsa settimana, in Commissione Agricoltura, abbiamo anche approvato una risoluzione sulle iniziative per il sostegno del settore del latte. Un lungo documento e molti impegni per il Governo con uno scopo: assicurare la effettiva applicazione dell’articolo sui contratti di cessione dei prodotti agricoli e alimentari, prevedendo, tra l’altro, un significativo inasprimento delle sanzioni pecuniarie nei confronti di chi pone in essere condotte tese a sfruttare abusivamente la maggior forza commerciale di cui dispone. Abbiamo anche chiesto di valutare l’opportunità di garantire una durata dei contratti minima di dodici mesi. L’obiettivo è di trovare strumenti per evitare che il prezzo medio alla stalla sia palesemente inferiore al costo medio di produzione, calcolato sulla base degli indicatori di mercato, del volume consegnato, della qualità e della composizione del latte crudo. Inoltre un prezzo che deve tenere conto del “valore aggiunto” del latte trasformato dato dal costo pagato dal consumatore.

Nel documento si chiede anche di riordinare le relazioni commerciali nel settore agroalimentare a partire dal comparto lattiero-caseario, convocare il tavolo della filiera del settore latte, assumere iniziative di semplificazione delle procedure burocratiche a carico delle aziende agroalimentari, introdurre modifiche o integrazioni in materia di rintracciabilità e scadenza del latte fresco, adottare criteri che rendano più trasparenti le etichette, rafforzare l’azione di controllo sanitario sul latte importato.

Paolo Cova

 

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La Camera che non vorremmo vedere

Sono davanti agli occhi di tutti voi le brutte immagini di quanto accaduto in Aula alla Camera, nei giorni – e nelle notti – scorsi, durante il dibattito sulle riforme. Mi sembra opportuno spiegare come ho vissuto quei momenti e cosa è successo davvero. La riforma della Costituzione è alla Camera da inizio settembre, dove ha iniziato il suo percorso in Commissione Affari costituzionali. La discussione in Aula è iniziata a dicembre con un tempo contingentato di circa 105 ore, ampliato di un ulteriore terzo. Con un accordo con i partiti (Sel, FdI, Lega, M5s), è stato deciso di terminare le votazioni dopo l’elezione del Presidente della Repubblica per evitare che ci fosse uno scambio tra l’approvazione delle riforme e l’elezione del nuovo Capo di Stato.

All’inizio di questa settimana è stato fatto un ulteriore accordo per ampliare i tempi del dibattito, ormai esauriti, e per rinviare la votazione finale a marzo, come richiesto dai partiti di minoranza a cui ora si è aggiunta Forza Italia. Dopo tutte queste trattative, mercoledì sono stati presentati circa 2mila sub emendamenti – per darvi un’idea, se ne riuscivano a votare circa 100-150 al giorno – e in più il regolamento della Camera consente che ogni mattina si possano presentare altri nuovi sub emendamenti. Capisco che raccontare tutto ciò possa sembrare noioso e difficile da comprendere, ma è solo per farvi capire come questo meccanismo consenta di non arrivare mai ad approvare una legge o, come in questo caso, la riforma. La scelta risolutiva è stata, dunque, di fissare una “seduta fiume”, cioè si continua ad andare avanti a votare a oltranza fino al termine, notte compresa. L’obiettivo era di evitare la presentazione di nuovi sub emendamenti e il blocco completo dei lavori.

Questo ha scatenato la protesta del M5s che così non poteva più proseguire con il suo ostruzionismo e che, come alternativa, ha impedito in tutti i modi ai deputati di altri partiti di intervenire e di proseguire con le votazioni. Gravissimi i cori di insulti nei confronti della Presidente Boldrini e dei vice presidenti a cui si è aggiunto il lancio di oggetti verso di loro e del personale di supporto alla presidenza. Questo clima di tensione ha scatenato anche la rissa fra un deputato del Pd e uno di Sel. Come è stato più volte ribadito, è giusto che chi non condivide abbia la possibilità di intervenire e dibattere, ma diventa difficile immaginare che riesca a impedire di votare i provvedimenti, soprattutto se mette in campo urla, insulti, scontri fisici. Questo significherebbe la completa paralisi del Parlamento. E comunque, ci sono metodi diversi per dimostrare il proprio dissenso e anche per fare ostruzionismo.

La verità non spaventi. Mai

Come vi avevo segnalato più volte nelle scorse newsletter, sabato mattina, a Palazzo Marino, si è tenuto l’incontro “Chi e perché ha ucciso Aldo Moro”, ovvero la lettura di quanto accaduto al presidente della Dc attraverso i documenti di Stato.

Il collega on. Gero Grassi, che sta portando in tutta Italia questa iniziativa, ha magistralmente ricostruito i fatti relativi al rapimento e all’uccisione di Moro, basandosi su uno studio degli atti della Magistratura effettuato dal Gruppo del Pd alla Camera. È stata un’interessante e preziosa occasione di approfondimento di questa tragica pagina della storia italiana. ​Mi sembra opportuno ribadire che la ricerca della verità non deve mai spaventare nessuno, anche se in alcuni casi può essere difficile da accettare.​ E l’ampia partecipazione che ha avuto l’iniziativa lo ha dimostrato. Anzi, colgo l’occasione per ringraziare quanti di voi ne hanno preso parte e, ancora una volta, Gero, per la sua disponibilità e per l’eccellente lavoro svolto.

 

L’Associazione MusicalMente di Landriano e la Compagnia Tuttinscena di Roncaro sono liete di invitare la S.V. alla rappresentazione scenica con atto unico

AMORE FERITO

CONFERENZA SPETTACOLO SUL TEMA DELLA VIOLENZA SULLE DONNE

Musiche originali e arrangiamenti dal vivo di Paolo La Rosa

SABATO 21 FEBBRAIO 2015, alle ore 21.00

Presso il TEATRO ARCA

Corso XXII Marzo 23 Milano

Un’ora di spettacolo e una riflessione con il pubblico su una problematica che investe in modo sempre più frequente la nostra società. Nella speranza di incontrarvi personalmente cogliamo l’occasione per porgere cordiali saluti.

Il Direttivo dell’Associazione MusicalMente, Landriano.

Clicca qui per vedere la locandina.

Paolo Cova

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Biodiversità per far ripartire l’Italia

E alla fine abbiamo detto tutti sì: le “Disposizioni per la tutela e la valorizzazione della biodiversità agraria e alimentare” sono, infatti, state approvate all’unanimità. E ora il testo, che intende conservare l’agrobiodiversità, gli antichi sistemi di coltivazione, le tradizioni locali e il paesaggio rurale, passa al Senato.
Come ricorderete, sono intervenuto durante il dibattito, per ribadire che valorizzare la biodiversità vegetale e animale consente di arricchire il patrimonio genetico del nostro territorio, perché esalta le produzioni tipiche. E chiedendo che questo nostro patrimonio agroalimentare venga salvaguardato al pari di quelli artistico, culturale e paesaggistico.
In effetti i propositori della legge hanno lavorato proprio pensando che l’Italia ha bisogno di una normativa omogenea che valorizzi il suo patrimonio agricolo ed ambientale e risponda all’esigenza, sollecitata negli ultimi anni da gran parte dell’opinione pubblica e dall’associazionismo di categoria, di conciliare un’agricoltura produttiva con la tutela degli ecosistemi, mantenendo la complessità e la ricchezza genetica delle specie, sia quelle coltivate che quelle selvatiche.
Grazie a questa nuova norma ora sarà possibile tutelare il territorio rurale, limitando i fenomeni di spopolamento e preservandolo dall’inquinamento genetico e dalla perdita del patrimonio genetico stesso. L’obiettivo si perseguirà innanzitutto con un’Anagrafe nazionale della biodiversità agraria e alimentare istituita al Ministero delle Politiche agricole, che indichi tutte le risorse genetiche locali di origine vegetale, animale o microbica a rischio di estinzione o di erosione genetica. Vengono, poi, istituiti una Rete nazionale della biodiversità agraria e alimentare e un Comitato permanente che le verifichi e le tenga monitorate.
Non si pensi che si tratti di una legge poco significativa o che si potesse rimandare: al contrario, è un testo importante, perché guarda, come ho detto in Aula, a un patrimonio da cui ripartire e perché l’agricoltura riveste oggi, più che mai, un ruolo importante, un settore da cui il Paese potrebbe scoprire una fonte per risollevarsi.

Un ponte chiamato Europa

Questa settimana, alla Camera, abbiamo ascoltato il Presidente del Consiglio Matteo Renzi che ci riportava le comunicazioni sul Consiglio europeo che si sarebbe tenuto poche ore dopo. Due sarebbero stati i temi sul tavolo: la politica estera intesa come capacità dell’Europa di avere una propria dignità, e la politica degli investimenti. Ha detto chiaramente che è ora di smetterla di parlare di chi fa i compiti e chi no, di chi è più attento all’austerity che alla salute dei propri figli.
Renzi ha aggiunto che il bilancio del semestre a presidenza italiana è rinviato al prossimo appuntamento parlamentare, il 13 gennaio a Strasburgo, ma ha anche sottolineato che se vale “il principio einaudiano dell’ideale a disposizione dell’Europa, dobbiamo avere il coraggio di dirci che l’Italia dei prossimi anni deve poter giocare alcune carte in più nel dibattito europeo”.
A proposito del piano di investimenti Juncker, per Renzi è un primo passo verso politiche di crescita, anche se non ancora sufficiente. Ha annunciato che aver messo al centro del dibattito il tema della crescita sta portando per la prima volta a immaginare che i contributi che gli Stati membri daranno alle istituzioni europee per alcuni investimenti giudicati meritevoli saranno finalmente scorporati dal patto di stabilità.

E citando Giorgio La Pira, Renzi ha aggiunto che il compito del nostro Paese, oggi, è quello di costruire i ponti, più che di abbattere i muri (25 anni fa crollava il muro di Berlino), ma questo significa tornare a credere che si possa realizzare qualcosa di grande senza essere tifosi di un governo o dell’altro, bensì dell’Italia intera.

Riforme, no alle pregiudiziali

Come sapete, alla Camera stiamo trattando l’importante questione della riforma del Titolo V, ovvero quel disegno di legge costituzionale sulle “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione”, che il Senato ha già approvato in prima deliberazione.
Come primo passo, e primo sì al progetto di riforme del Governo che prevede appunto il superamento del bicameralismo perfetto e la riduzione delle funzioni e dei componenti dello stesso Senato, abbiamo respinto, con un’unica votazione e un’ampia maggioranza, le pregiudiziali di costituzionalità di Sel e del M5S.
È terminata così la discussione generale in Aula a Montecitorio, ma l’esame del disegno di legge costituzionale riprenderà, con le votazioni degli emendamenti, il prossimo 7 gennaio. I tempi saranno contingentati, per un massimo di 80 ore totali.

Il Governo fa accordi

La scorsa settimana abbiamo anche proseguito la discussione e votato alcuni disegni di legge di ratifica di accordi. Dunque, è stata approvata l’esecuzione dell’Accordo di cooperazione tra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica di Turchia sulla lotta ai reati gravi, in particolare contro il terrorismo e la criminalità organizzata, fatto a Roma l’8 maggio 2012 e già approvato dal Senato.
L’Aula ha ratificato il Protocollo di modifica alla Convenzione tra il nostro Governo e quello degli Stati uniti messicani per evitare le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito e per prevenire le evasioni fiscali, con Protocollo dell’8 luglio 1991, fatto a Città del Messico il 23 giugno 2011.
Infine, abbiamo votato l’ok all’Accordo tra l’Italia e gli Stati Uniti d’America finalizzato a migliorare la compliance fiscale internazionale e ad applicare la normativa Fatca (Foreign account tax compliance act), fatto a Roma il 10 gennaio 2014, nonché disposizioni concernenti gli adempimenti delle istituzioni finanziarie italiane ai fini dell’attuazione dello scambio automatico di informazioni derivanti da questo stesso accordo e da accordi tra l’Italia e altri Stati esteri.

Paolo Cova

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Mille giorni con Renzi

Riforme, prima di tutto quella elettorale, lavoro, giustizia. Entro febbraio 2018, sapendo che si può interrompere tutto anche prima. Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha presentato alle Camere i suoi “mille giorni”, elencando senza dubbi cosa c’è da fare in questo lasso di tempo che non è lungo come sembra, vista la situazione in cui versa il Paese. Per questo ha precisato che non si tratta di un “un modo per perdere tempo” o “un tentativo di dilazionare”, lettura che ha bollato come “grottesca e ridicola”. Anzi, per Renzi è “l’ultima chance per recuperare il tempo perduto e per pareggiare i conti. È il cartellone di recupero che si espone a fine partita”, ha detto con la sua solita metafora efficace.

Disponibile a perdere consenso pur di fare le riforme, il presidente ha messo in fila le sue priorità: “Serve una nuova legge elettorale subito non per andare a elezioni, ma perché una ennesima melina istituzionale sarebbe un affronto”. E la “legge elettorale si fa ascoltando: nessuno può pensare di averne una sua”.

Sul tema del lavoro, Renzi è stato altrettanto chiaro: “Non possiamo perdere un minuto di più perché questo è un mondo del lavoro basato sull’apartheid: non c’è cosa più iniqua in Italia di un diritto del lavoro che divide i cittadini in serie A e serie B. Al termine dei mille giorni non potrà esserci ancora la situazione che c’è oggi”. E sappiamo quale dibattito sta innescando in queste ore il Jobs Act.

L’obiettivo, dunque, è tornare a crescere, partendo dal numero di occupati: “Dobbiamo rovesciare e reimpostare la scommessa politica ed economica del nostro Paese”. Anche con un fisco “meno caro e più semplice, attraverso una strategia condivisa di riduzione fiscale e del carico delle tasse sul lavoro, rivedendo l’Irap”. E con una riforma della giustizia che “deve cancellare il violento scontro ideologico del passato”.

Ma tutto questo va affrontato subito e senza paura. Perché, come ha detto il presidente, “Se perdiamo, non perde il Governo: perde l’Italia”.

Quei voti per i giudici

Questa settimana, alla Camera, abbiamo avuto 4 votazioni per l’elezione dei giudici della Corte costituzionale e del Consiglio superiore della magistratura. Mentre per quest’ultimo si stanno quasi completando le nomine, per i giudici della Corte costituzionale siamo ancora in alto mare.

Il ritiro della candidatura di Antonio Catricalà sembrava aver spalancato le porte a un accordo, ma così non è stato. Ci sono ancora problemi che, nonostante i tentativi di allargare la platea dei partiti favorevoli, non si riescono a risolvere. Ormai siamo in una situazione di stallo e credo che si renda necessario un cambio di strategia e di persone da candidare.

Questo ci dice che una modifica della struttura dello Stato, con l’abolizione del Senato e il consistente premio di maggioranza nella legge elettorale, fa presupporre che gli organi di garanzia vadano rafforzati e resi sempre più indipendenti. Partendo da questa considerazione, forse sarà necessario ripensare la nuova strategia.

Secessionismo? Un’illusione

Il Regno Unito e tutta l’Europa sono stati interessati dal referendum promosso in Scozia per la richiesta di indipendenza. L’esito è ormai noto a tutti, ma mi sembra importante fare una considerazione su questa vicenda.

La richiesta di separazione e di indipendenza sorge forte in alcuni territori e abbiamo visto le spinte che ci sono state nelle ultime elezioni europee anche per uscire dal Sistema Europa. Tuttavia, mi viene da pensare che sia facile sostenere di essere capaci di andare avanti da soli, ma poi la vita di tutti i giorni si scontra con difficoltà che devono per forza di cose essere affrontate insieme.

La realtà del mondo che ci circonda, dimostra che è pura illusione ipotizzare che si possa “vivere da soli”. Al contrario, servono continue relazioni ed è necessario fare gruppo e comunità.

Lea e incentivi: chiediamo risposte

Ho sottoscritto due interrogazioni di altrettante colleghe che toccano temi particolarmente sensibili. Nel primo caso, si chiede a Governo e Ministeri competenti se non intendano assumere iniziative urgenti per monitorare l’effettiva e puntuale erogazione dei Lea, i livelli essenziali di assistenza, per quanto riguarda l’assistenza domiciliare, semiresidenziale e residenziale delle persone non autosufficienti, già sancita dalla legge e confermata dalla Corte Costituzionale. E si vuole sapere quali interventi intendano promuovere per assicurare le prestazioni ai malati, considerato che vi sono delle comprovate criticità nell’erogazione del servizio.

Nella seconda interrogazione si parla dell’Irpef applicata alle somme corrisposte in occasione della cessazione del rapporto di lavoro, per coloro che hanno goduto dell’esodo incentivato, cioè i dipendenti che avevano superato i 50 anni, per le donne, e i 55, per gli uomini.

Molti di costoro sono coinvolti in un estenuante contenzioso con l’Agenzia delle entrate per vedersi riconosciuto il diritto al rimborso delle maggiori somme trattenute dal datore di lavoro su quelle corrisposte al dipendente a titolo di incentivo alle dimissioni. E il punto del contendere sono i termini di decadenza per la presentazione dell’apposita istanza. Al Ministro dell’Economia e delle finanze si chiede quale sia il suo orientamento proprio in merito a questo termine.

Paolo Cova