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Italia protagonista in Europa

Questa settimana si è tenuto il Consiglio europeo, quindi, come da prassi, il presidente Paolo Gentiloni ha relazionato alle Camere i temi che si sarebbero toccati. Al termine, abbiamo votato una risoluzione.

Ed è stato un Consiglio europeo in cui si sono prese decisioni importanti e di grande rilievo a cui l’Italia ha contribuito in modo sostanzioso. Ad esempio, l’avvio di una politica di difesa comune a livello europeo, fortemente voluta e perseguita dallo stesso Gentiloni già nella sua precedente carica di Ministro degli Esteri. Una conquista che assume una valenza ancora maggiore alla luce dei conflitti e della crescente instabilità in scenari geopolitici anche a noi molto vicini, una politica che per decenni si riteneva essere una chimera irraggiungibile e che, invece, adesso sta diventando realtà. Sta diventando realtà così come l’ipotesi di concordato nella prima fase dell’intesa post Brexit, raggiunta proprio nei giorni scorsi tra Unione europea e Gran Bretagna.

È un primo passo positivo perché l’Unione europea ha ottenuto tutto quello che voleva su tutte le questioni all’ordine del giorno, ma soprattutto un’intesa importante perché, se non la si fosse raggiunta, questo avrebbe significato un salto nel buio inquietante non solo per la Gran Bretagna e l’Europa, ma anche per quei milioni di cittadini che la Brexit la vivono direttamente sulla propria pelle, 600mila dei quali di origine italiana.

Nel Consiglio europeo si è poi affrontata tutta un’altra serie di questioni come la possibilità di una riforma del Trattato di Dublino, cioè la modifica del sistema di asilo europeo, con proposte forti che prevedano il taglio dei fondi strutturali nei confronti di quei Paesi che si dovessero rifiutare di accogliere migranti ricollocati, l’introduzione di un sistema di quote e il ricollocamento automatico dei profughi in un Paese diverso da quello di accoglienza.

Si sono trattate, poi, questioni come l’introduzione di un’agenda sociale a livello europeo. Ma soprattutto, in tutto ciò, l’Italia, dopo vent’anni che non aveva voce in capitolo in Europa, ha ricominciato ad essere ascoltata, ad avere prestigio e a poter contribuire attivamente alle diverse decisioni che vengono prese a livello europeo. E questo Gentiloni lo sottolinea ogni volta.

Moro, l’altra verità

Dopo molto lavoro di approfondimento delle tante verità sul caso, in Aula alla Camera abbiamo ascoltato la relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro.

Quali sono le novità? Intanto, l’intenzione non era di sottoporre a una revisione critica il complesso dei giudicati penali definitisi in quasi un ventennio, ma di approfondire gli elementi di incongruità e le numerose lacune. Certamente, a dispetto di quanto sostenevano molti, sul caso Moro non tutto era conosciuto. Anzi, la rilettura sistematica dei cinque processi e dell’attività delle precedenti Commissioni che si sono occupate, in tutto o in parte, della vicenda Moro, ha fatto emergere un elemento di sicuro rilievo: il fatto, cioè, che la ricostruzione storico-politica e giudiziaria della vicenda Moro è risultata fortemente condizionata da una verità affermatasi tra gli anni Ottanta e i primi anni Novanta. Una verità fortemente legata alle interazioni tra le culture politiche all’epoca prevalenti e a una diffusa volontà di voltare rapidamente pagina rispetto alla stagione del terrorismo.

E tra le 2.250 unità documentali, per un totale di 700.000 pagine, le oltre 440 attività dei collaboratori, tra cui 256 escussioni, la Commissione ha approfondito in particolare quattro aspetti. Il primo è il complessivo riesame della vicenda di Valerio Morucci e Adriana Faranda che la Commissione ha compiuto allo scopo di rivalutare nella sua interezza il profilo dei due brigatisti che hanno svolto un ruolo importante sia nella vicenda del sequestro, sia nella costruzione dei giudicati penali sul caso Moro. Sulla base di numerose acquisizioni documentali e testimoniali, la Commissione ha realizzato una completa e inedita ricostruzione della vicenda dell’arresto di Morucci e Faranda, che furono catturati il 29 maggio del ‘79 in una casa di viale Giulio Cesare a Roma, dove erano ospiti di Giuliana Conforto, figlia di “Dario”, già agente dell’Unione Sovietica, peraltro ben noto ai servizi italiani e non solo. Questo ha consentito di individuare con più precisione gli attori politici e giudiziari che nel corso degli anni Ottanta realizzarono la stabilizzazione di una verità parziale sul caso Moro, funzionale a un’operazione di chiusura della stagione del terrorismo.

Un secondo tema è l’analisi del ruolo della dimensione mediterranea e mediorientale nella vicenda Moro. In questo ambito, la Commissione per la prima volta è riuscita a ricostruire una precisa scansione del rapporto di collaborazione tra Brigate Rosse e formazioni palestinesi maggiormente orientate in senso marxista e ha approfondito le iniziative assunte da servizi italiani per favorire la liberazione di Moro con l’aiuto dell’Olp e del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, nel quadro dei controversi accordi di intelligence che l’Italia definì con i vari movimenti palestinesi. Allo stato si può ormai affermare che la vicenda Moro è intimamente connessa col più vasto contesto internazionale del rapporto tra l’Italia e il Medio Oriente in tutti i suoi aspetti, da quello dei traffici d’armi, a quello del rapporto tra terrorismo interno e terrorismo mediorientale.

Un terzo tema è quello della latitanza dell’ex membro delle Brigate Rosse Alessio Casimirri che continua indisturbato a vivere in Nicaragua. Su di lui sono emerse in maniera chiara situazioni di protezione che riguardano i nostri apparati e il nostro il sistema di protezione interno.

Un altro tema importante è stato l’individuazione nella zona della Balduina, a Roma, di un complesso immobiliare di proprietà dello Ior che ospitò, nella seconda metà del 1978, un altro brigatista, Prospero Gallinari, e che era caratterizzato dalla presenza di alti prelati, ma insieme con questi, di società statunitensi, una di queste con funzioni di intelligence americana, di esponenti tedeschi dell’autonomia, di finanzieri libici e di due persone contigue alla Brigate Rosse. Complesso che, anche alla luce delle posizioni e delle indagini svolte, fa pensare sia quello utilizzato per spostare Aldo Moro dalle auto utilizzate in via Fani a quelle cui fu successivamente trasferito.

E su tutto campeggia una certezza: era evidente che esisteva la necessità di tutelare la persona di Moro con le massime misure di sicurezza già prima del sequestro. Se fossero state attuate, forse l’intera vicenda del terrorismo brigatista avrebbe assunto una piega ben diversa da quella che si realizzò.

Il caso Scieri si riapre

L’Italia sembra, per certi versi, il Paese dei misteri e allora in questi stessi giorni abbiamo ascoltato la relazione di un’altra Commissione parlamentare di inchiesta, quella sulla morte del militare Emanuele Scieri. Tutt’altra vicenda, ma da non sottovalutare.

Emanuele Scieri era un giovane avvocato di 26 anni di Siracusa. La chiamata a effettuare il servizio militare lo raggiunse quando già svolgeva la pratica forense. Aveva scelto, a suo tempo, di svolgere il servizio presso i paracadutisti della Folgore. Emanuele Scieri è morto nella caserma Gamerra di Pisa il primo giorno del suo arrivo e venne ritrovato, sempre all’interno della Gamerra, tre giorni dopo. Ma le molteplici indagini della magistratura ordinaria e militare si chiusero tutte, con decreti di archiviazione.

La Commissione, istituita solo in questa legislatura anche su pressione dell’opinione pubblica siciliana, ha ascoltato 76 persone: familiari, ex militari della caserma Gamerra, esperti, consulenti, magistrati, rappresentanti di associazioni, persone detenute. E ha esaminato tutti gli atti delle inchieste giudiziarie già svolte, procedendo a ulteriori indagini. L’archivio dei documenti della Commissione ha raccolto circa 6mila pagine di atti, oltre i video, i filmati, e i reperti. Sulla base degli elementi raccolti è ragionevole ritenere che Emanuele Scieri sia stato fermato da alcuni militari che lo aggredirono, prima di arrampicarsi sulla scala di una torre da cui potrebbe essere caduto, morendo.

La Commissione ha, infatti, accertato che alla caserma Gamerra avvenivano gravi atti di violenza, non riconducibili a semplice goliardia; che i controlli in caserma non erano sufficienti ad evitare che, perfino dopo il contrappello, diversi paracadutisti uscissero dalla Caserma scavalcando il muro di cinta; che la zona dove fu ritrovato il cadavere di Emanuele Scieri era isolata, ma presidiata dagli anziani che la utilizzavano come spazio di rifugio e di svago, uno spazio in parte esente da regole e controlli. E le prime indagini furono fatte senza le dovute precauzioni, lasciando che i militari spostassero elementi chiave per la ricostruzione della vicenda.

Perciò, la Commissione ha depositato presso la Procura della Repubblica di Pisa, una formale richiesta motivata di riapertura delle indagini e risulta che il Procuratore abbia chiesto e ottenuto dal Giudice per le indagini preliminari, la riapertura del caso.

No alla Vigevano-Malpensa

Questa settimana ho partecipato al presidio degli agricoltori contro la superstrada Vigevano-Malpensa. Già a suo tempo mi ero attivato per portare le criticità di questo progetto, che andava a impattare sull’agricoltura di qualità del territorio dell’abbiatense-magentino, all’attenzione dell’opinione pubblica e dei miei colleghi in Parlamento. Quindi, ho condiviso in pieno la protesta.

Sono convinto che questo progetto di strada sia ormai desueto e non serva a nessuno. Ci sono criticità locali lamentate da alcuni Comuni che possono essere risolte senza andare a immaginare un’opera così grande, faraonica che, dopo i fallimenti dimostrati da Pedemontana, Teem e Brebemi, non ha più senso né motivo di essere. Perciò dico fermamente no a questa strada: va bene sistemare le problematiche locali, riutilizzando il tracciato già esistente, ma niente di più.

In questi 5 anni di legislatura il mio impegno, con gli altri colleghi del Pd, è stato di intervenire e di far sì che una strada che non serve non venga fatta. Regione Lombardia, che insiste a voler portare avanti questo progetto, si deve fare un grosso esame di coscienza perché ha contratto debiti colossali con Pedemontana, Teem e Brebemi e ora vuole realizzare un’altra arteria, pensando di andare avanti con questa idea di costruire ancora e distruggere l’economia agricola locale.

Invece, la soluzione è nell’agricoltura di qualità, nel territorio pregiato anche per il turismo e per la sostenibilità. Facciamo strade che siano sostenibili economicamente, sia per l’agricoltura, che per il territorio, che per la sicurezza ambientale. Guadagnare 10 minuti di tempo con l’auto, ma distruggere irreversibilmente un territorio non può essere il nostro futuro. Conviene fare un po’ di coda, ma mantenere sana e integra la nostra terra lombarda.

Paolo Cova